Italiano vs “Italianità”

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Apprendo oggi, attraverso l’Huffington Post, che Elena Ferrante è diventata editorialista del Guardian, su cui pubblica una rubrica settimanale. Continua a mantenere l’anonimato sulla sua vera identità, nonostante le varie ricerche e supposizioni nate nel tempo, così come continua la sua carriera internazionale, lontana dai riflettori che oggi attirano anche molti scrittori.

Nell’editoriale della scorsa settimana ha parlato del suo essere italiana, del suo andare fiera dell’uso della lingua e di come si distacca da tutti gli stereotipi che nel mondo sono associati a noi italiani.

“Amo il mio paese, ma non ho uno spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale. Inoltre, digerisco male la pizza, mangio pochissimi spaghetti, non parlo ad alta voce, non gesticolo, odio tutte le mafie, non esclamo ‘Mamma mia!’. Essere italiana, per me, inizia e finisce con il fatto che parlo e scrivo in italiano”.

“Quando dico che sono italiana perché scrivo in italiano, intendo che sono pienamente italiana, ma italiana nell’unico modo in cui sono disposta ad attribuirmi una nazionalità. Non mi piacciono gli altri modi..”

Ma la scrittrice va ben oltre il volersi dichiarare diversa e slegata dagli stereotipi sugli italiani; vuole ricordare l’importanza e la potenza della lingua come mezzo per distinguersi, per imporre la propria nazionalità e contemporaneamente come strumento di dialogo con gli altri paesi.

“Preferisco la nazionalità linguistica come punto di partenza per il dialogo, uno sforzo per oltrepassare i limiti, per guardare oltre i confini. Quindi i miei unici eroi sono i traduttori. Grazie a loro, l’italianità viaggia attraverso il mondo, arricchendolo, e il mondo, con le sue numerose lingue, passa attraverso l’italianità e la modifica.”

Qui è possibile leggere l’editoriale completo

Fonte Huffington Post

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